MedTravel Asia https://www.medtravel.asia A better healthcare experience Mon, 31 May 2021 09:27:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8 https://www.medtravel.asia/wp-content/uploads/2017/04/MedTravel-Asia-16-march-01-e1521461137553-63x63.jpg MedTravel Asia https://www.medtravel.asia 32 32 Rimozione protesi al seno con o senza sostituzione (guida completa) https://www.medtravel.asia/it/rimozione-protesi-al-seno-con-o-senza-sostituzione-guida-completa/ https://www.medtravel.asia/it/rimozione-protesi-al-seno-con-o-senza-sostituzione-guida-completa/#respond Mon, 26 Apr 2021 11:14:46 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3635 Gli interventi di rimozione delle protesi al seno sono abbastanza comuni nel campo della chirurgia plastica. Negli Stati Uniti circa trecentomila pazienti si sottopongono all’intervento di mastoplastica additiva ogni anno, mentre il 10% di questa cifra cioè circa trentamila pazienti l’anno, vanno dal chirurgo per l’intervento di rimozione delle protesi. Tutte le donne che hanno […]

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Gli interventi di rimozione delle protesi al seno sono abbastanza comuni nel campo della chirurgia plastica. Negli Stati Uniti circa trecentomila pazienti si sottopongono all’intervento di mastoplastica additiva ogni anno, mentre il 10% di questa cifra cioè circa trentamila pazienti l’anno, vanno dal chirurgo per l’intervento di rimozione delle protesi.

Tutte le donne che hanno effettuato l’aumento del seno con protesi dovranno prima o poi sottoporsi anche a un intervento di revisione: questo perché le protesi non durano per sempre ed è consigliato cambiarle con nuove ogni 10-15 anni, anche se potrebbero durare pure di più.

Motivi per richiedere la rimozione delle protesi al seno

I motivi per richiedere la rimozione delle protesi mammarie sono diversi e variano da paziente a paziente, così come l’intervento (o gli interventi) che si effettueranno in questo contesto varieranno di conseguenza. I seguenti sono alcuni dei molti motivi per i quali le pazienti domandano la rimozione delle protesi al seno.

Contrattura capsulare

La contrattura capsulare è una delle complicazioni più comuni della mastoplastica additiva con una incidenza variabile tra il 7% e il 15%; oggi abbiamo una comprensione maggiore di questa complicazione rispetto al passato e per questo alcuni chirurghi sono stati in grado di abbatterne l’incidenza nelle proprie cliniche ad appena l’1-2% dei casi. La gestione della contrattura capsulare è solamente chirurgica con la rimozione di parte o della totalità della capsula fibrosa; in alcuni casi, la paziente chiede il posizionamento di nuove protesi, mentre in altri casi vuole semplicemente la rimozione di quelli già presenti senza sostituirli.

Rottura della protesi mammaria

La rottura delle protesi mammarie viene gestita solo chirurgicamente; dopo aver rimosso sia la protesi che l’eventuale gel di silicone fuoriuscito, si può posizionare una nuova protesi o meno in base alle preferenze della paziente.

Insoddisfazione con il risultato estetico della mastoplastica additiva

Un risultato non ottimale derivante da una mastoplastica primaria è un altro motivo per il quale le pazienti richiedono un intervento di revisione. Il rippling e il wrinkling, cioè increspatura e corrugatura delle protesi con soluzione salina che vengono riempite meno del dovuto, le protesi troppo grandi e protesi posizionate male sono alcune delle molte cause di insoddisfazione nelle mastoplastiche additive. In questi casi, l’intervento di revisione può comportare il riposizionamento della protesi, la rimozione della protesi vecchia e sostituzione con una diversa più appropriata, o in alcuni casi la semplice rimozione senza sostituzione.

Infezione della tasca della protesi

Le infezioni nei casi di mastoplastica additiva con protesi variano in base alla fonte dei dati tra l’1% e il 35%. Seguendo i più aggiornati protocolli per la prevenzione e il controllo delle infezioni l’incidenza di questa complicazione può essere efficacemente minimizzato attorno all’1% o meno. La terapia antibiotica pre-peri-post operatoria, l’irrigazione della tasca della protesi (la sede dove viene alloggiata) con soluzione antibiotica o soluzioni antisettiche, l’uso di una manica introduttiva sterile per evitare il contatto tra la cute della paziente e la protesi durante l’introduzione, e la minimizzazione del tempo che intercorre tra l’apertura della confezione sterile contenente la protesi e il suo inserimento nella tasca chirurgica sono solo alcune delle molte strategie preventive per ridurre i casi di infezioni quando si esegue una mastoplastica additiva. Nella maggior parte dei casi, l’infezione è gestibile farmacologicamente utilizzando una combinazione di antibiotici; quando gli antibiotici non eradicano l’infezione, è indicata la rimozione della protesi che possono poi essere sostituite o meno con nuove protesi in base alle preferenze della paziente.

Malattia da protesi mammaria

La malattia da protesi mammaria è una diagnosi non ufficiale, ma riportata sempre di più negli ultimi anni e che si riferisce a una varietà di sintomi che potrebbero essere collegati alle protesi al seno e alla risposta del sistema immunitario a materiali estranei all’interno del corpo. Alcune donne richiedono la rimozione delle protesi senza sostituzione per risolvere questo problema.

Linfoma Anaplastico a Grandi Cellule associato a protesi mammarie (BIA ALCL)

Nonostante non sia raccomandato da alcuna agenzia governativa o associazione medica, la consapevolezza del rischio lievemente aumentato di sviluppare il BIA-ALCL nelle pazienti con protesi testurizzate (ruvide) ha portato ad alcune richieste di rimozione delle protesi per motivi di serenità. In alcuni casi vengono sostituite con protesi lisce, mentre in altri le protesi vengono rimosse senza sostituzione.

Preferenza personale della paziente

Cambiamenti nella mentalità o nel fisico dovuti a una età maggiore, la gravidanza, l’aumento o la perdita di peso, le influenze e i cambiamenti della società relativamente a come sono viste le protesi e la chirurgia estetica e sull’immagine della donna in generale sono alcune delle ragioni non mediche per le quali le pazienti chiedono la rimozione delle protesi senza sostituzione.

Altre ragioni

  • Mammografie. Le donne a rischio medio di sviluppare un tumore al seno dovrebbero effettuare una mammografia annuale a partire dai 40 anni. Questo potrebbe essere difficoltoso in base alle dimensioni e posizionamento della protesi e alla formazione di tessuto cicatriziale attorno ad esse.
  • Dolore cronico dovuto al peso. Un seno prosperoso naturale è una causa nota di dolori al collo e alla parte alta della schiena. Lo stesso può succedere nel caso di protesi di grandi dimensioni nelle pazienti che si sono sottoposte a mastoplastica additiva.
  • Risparmiare sulle spese ricorrenti. La FDA americana raccomanda l’esecuzione di esami per lo screening della rottura delle protesi. Si consiglia l’esecuzione di una risonanza magnetica (RMN) a 5 anni dall’intervento e successivamente ogni 2 anni. Una RMN è inoltre consigliata ogni qualvolta la paziente avvertisse dei sintomi che potrebbero essere dovuti alla rottura delle protesi. Le raccomandazioni precedenti prevedevano una risonanza magnetica dopo 1, 2, 4, 6, 8 e 10 anni dall’intervento. In base al paese in cui si vive, le risonanze potrebbero essere piuttosto costose.

Procedure chirurgiche di rimozione delle protesi al seno

In base alle caratteristiche della paziente e al motivo per il quale è richiesta la rimozione delle protesi mammarie l’intervento sarà eseguito con tecniche chirurgiche diverse. Quando non vi sono sintomi o complicazioni e la capsula fibrosa è sottile, questa viene generalmente lasciata in sede. A seconda dei sintomi, complicazioni ed eventuali ulteriori interventi di chirurgia eseguiti contestualmente invece, la capsula fibrosa potrebbe essere rimossa parzialmente o totalmente.

Capsulotomia

La capsulotomia prevede l’incisione della capsula di tessuto fibroso che si è formata attorno alla protesi lasciandola però dov’è. Di solito, l’accesso alla tasca chirurgica avviene tramite una incisione nello stesso punto nel quale si trova la cicatrice relativa all’intervento di mastoplastica additiva. Questa è la tecnica di espianto delle protesi più semplice, veloce e sicura.

Capsulectomia parziale

La capsulectomia parziale prevede invece la rimozione di parte della capsula fibrosa periprotesica. La sezione anteriore della capsula è quella che generalmente viene rimossa.

Capsulectomia totale

La capsulectomia totale è l’intervento in cui la totalità del tessuto fibroso attorno alla protesi viene rimosso. È un intervento più invasivo e con più rischi delle due tecniche precedenti. Potrebbe essere la tecnica chirurgica indicata nei casi di malattia da protesi mammaria, o nei casi di contrattura capsulare più severa (come quando la capsula è calcificata), o ancora nei casi di rottura della protesi con fuoriuscita del gel in silicone.

Capsulectomia en-bloc

La capsulectomia en-bloc prevede la rimozione dell’intera capsula fibrosa attorno alla protesi in un pezzo solo, lasciandola integra. Richiede una incisione più lunga ed è un intervento più invasivo. È generalmente indicata solamente nei casi di pazienti con diagnosi di BIA-ALCL (linfoma anaplastico a grandi cellule).

Interventi accessori alla rimozione delle protesi

Quando le protesi mammarie vengono rimosse senza essere sostituite con delle nuove protesi, le pazienti potrebbero richiedere ulteriori interventi estetici per correggere la pelle in eccesso nella regione toracica e la ptosi del seno. Alcune delle procedure più comunemente effettuate sono:

  • Intervento di mastopessi, noto anche come lifting del seno
  • Innesto di grasso, chiamato anche lipofilling
  • Iniezioni di PRP al seno, noto anche come “breast booster” o “vampire breast lift” in inglese.

La selezione degli interventi dipenderà dalle caratteristiche e dalle aspettative della paziente.

Ci sono rischi nella rimozione delle protesi al seno?

Come ogni altra procedura medica o chirurgica vi sono dei rischi e delle possibili complicazioni associate all’intervento. Rischi legati all’anestesia, asimmetria del seno, sanguinamento, trombosi, infezioni, cambiamenti nella sensibilità cutanea o del capezzolo, cattiva cicatrizzazione, cattivo risultato estetico sono alcuni dei possibili rischi e complicazioni che verranno spiegati nel dettaglio durante il consulto con il proprio chirurgo plastico.

Costo della rimozione delle protesi mammarie

Il costo dell’intervento di rimozione delle protesi al seno dipende dalla tecnica chirurgica scelta, dal fatto che vengano o meno posizionate nuove protesi, dagli eventuali interventi accessori richiesti, dalla clinica e dal chirurgo scelti e dal paese nel quale ci si sottopone all’intervento. Se effettuato per necessità mediche, l’intervento potrebbe essere coperto dal servizio sanitario nazionale o dall’assicurazione sanitaria privata.

Negli Stati Uniti il costo della sola rimozione delle protesi varia tra i 2,500-4,500 USD.

In Australia costa attorno ai 4,000-7,000 AUD (3,100-5,400 USD).

Nel Regno Unito il prezzo per la sola rimozione si aggira attorno ai 3,000-6,000 GBP (4,150-8,300 USD).

In Thailandia il costo della rimozione delle protesi al seno è tra i 60,000-100,000 THB (1,900-3,200 USD).


Fonti

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Malattia da protesi mammaria – Breast Implant Illness https://www.medtravel.asia/it/malattia-da-protesi-mammaria-breast-implant-illness/ https://www.medtravel.asia/it/malattia-da-protesi-mammaria-breast-implant-illness/#respond Thu, 15 Apr 2021 04:45:25 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3626 Potreste aver sentito parlare negli ultimi anni della malattia da protesi mammaria, un termine utilizzato dalle donne che si sono sottoposte all’intervento di mastoplastica additiva per fini cosmetici o a fine ricostruttivo dopo asportazione del tessuto mammario e che iniziano ad accusare dei sintomi in seguito all’operazione. Nonostante la malattia da protesi mammaria non sia […]

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Potreste aver sentito parlare negli ultimi anni della malattia da protesi mammaria, un termine utilizzato dalle donne che si sono sottoposte all’intervento di mastoplastica additiva per fini cosmetici o a fine ricostruttivo dopo asportazione del tessuto mammario e che iniziano ad accusare dei sintomi in seguito all’operazione. Nonostante la malattia da protesi mammaria non sia una diagnosi ufficiale riconosciuta dalla medicina, la sua incidenza sembra essere in aumento, con un numero crescente di pazienti che grazie ai social media riferiscono i loro sintomi e la loro esperienza.

Cos’è la malattia da protesi mammaria o Breast Implant Illness (BII)?

Per malattia da protesi mammaria si intendono tutta una serie di sintomi che vengono avvertiti da alcune donne che hanno effettuato un intervento di mastoplastica estetica o ricostruttiva con protesi in silicone. Questi sintomi potrebbero essere causati da una patologia nota come malattia adiuvante umana (Human Adjuvant Disease – HAD), cioè una sindrome autoimmune causata da una ipersensibilizzazione prolungata dovuta all’esposizione dell’organismo a materiali alloplastici (estranei al corpo) che vengono iniettati o impiantati e la cui esistenza è stata riportata per la prima volta in letteratura medica dal Dr. Miyoshi nel 1964; questa sindrome è nota anche come sindrome autoimmune/infiammatoria indotta da adiuvanti (autoimmune/inflammatory syndrome by adjuvants – ASIA).

Nei primi tempi, i sintomi di queste sindromi erano associati all’iniezione di paraffina o di silicone liquido per l’aumento di volume del seno, una pratica ormai abbandonata da anni a causa dei molti rischi e delle molte complicazioni note. Ad oggi, tuttavia, sono i pazienti con protesi in silicone a riferire i sintomi di queste sindromi.

Non esiste al momento una risposta definitiva sul nesso causale tra i sintomi e la presenza di protesi al seno; una teoria è che alcuni pazienti abbiano una predisposizione genetica alla reazione eccessiva del proprio sistema immunitario quando esposti per lungo tempo a un materaiale estraneo nel loro corpo. Il guscio esterno delle protesi è costituito da silicone ed è stato dimostrato che alcune particelle possono migrare nei tessuti circostanti anche quando il guscio della protesi è intatto e non solo quando è danneggiato; queste particelle vengono quindi catturate dai macrofagi, un tipo di globulo bianco, causando una reazione del sistema immunitario.

La malattia da protesi mammaria è correlata al tumore al seno o al linfoma BIA-ALCL?

La malattia da protesi mammaria non è correlata né al tumore al seno né al linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL), un raro tipo di linfoma non-Hodgkin a cellule T associato alle protesi testurizzate (ruvide) e che a sua volta non è da confondere con il tumore del tessuto mammario.

A differenza del BIA-ALCL, la malattia da protesi mammaria è stata segnalata sia dalle pazienti con protesi lisce che quelle con protesi testurizzate di qualunque marchio e sia nelle protesi con gel in silicone che quelle con soluzione salina in quanto entrambe sono costituite da un guscio esterno in silicone.

Sintomi della malattia da protesi mammaria

I sintomi riportati dalle donne con malattia da protesi mammaria potrebbero essere dovuti a un gran numero di condizioni e patologie, dalla menopausa, alle malattie autoimmuni, alla disfunzione della tiroide. Nonostante non si possa affermare al momento che questi sintomi siano causati dalle protesi al seno, i sintomi sono reali e per questo non vanno né minimizzati né ignorati, ma vanno valutati con cura e indagati. Molte pazienti riferiscono che i sintomi compromettono la loro capacità di svolgere una vita normale. I sintomi riferiti più di frequente sono:

  • Dolori muscolari e articolari
  • Mal di testa
  • Dolore al torace o al seno o una sensazione di bruciore nelle stesse zone
  • Stanchezza
  • Disturbi della memoria, della concentrazione o altri disturbi cognitivi
  • Eritema cutaneo o altre manifestazioni dermatologiche
  • Bocca e/o occhi secchi
  • Caduta dei capelli
  • Fotosensibilità
  • Disturbi gastrointestinali
  • Ansia o depressione
  • Disturbi del sonno

L’inizio dei sintomi è molto variabile con alcune pazienti che riferiscono di avvertirli subito dopo l’intervento mentre altre li sviluppano dopo anni.

Alcune pazienti vengono diagnosticate con malattie autoimmuni come il lupus, l’artrite reumatoide o la sindrome di Sjögren, mentre per altre non vi sono evidenze di processi patologici autoimmuni.

C’è una correlazione tra malattia da protesi mammaria e protesi al seno?

Non essendoci nessun test specifico per la malattia da protesi mammaria e visto che i sintomi riportati da queste pazienti sono anche riportati regolarmente dalla popolazione generale, al momento non c’è una correlazione tra quella che viene chiamata malattia da protesi mammaria e le protesi al seno, né c’è un rischio calcolato di svilupparla in seguito all’intervento di mastoplastica additiva.

Vi sono però diversi studi in corso per capire meglio i sintomi e le possibili cause o correlazioni.

Secondo uno studio recente, sembrerebbe che le protesi in silicone siano associate a una maggiore probabilità di sviluppare una malattia reumatica/autoimmune, ma servono più dati ed altri studi per una risposta definitiva.

Procedure diagnostiche in caso di sospetto di malattia da protesi mammaria

Se si accusano i sintomi che potrebbero essere attribuiti alle protesi al seno o se non vi sono altre spiegazioni per i sintomi riportati secondo il proprio medico curante, si consiglia di prenotare una visita dal proprio chirurgo plastico. Prima di tutto è necessario un esame del seno per valutare l’integrità della protesi e l’assenza di irregolarità nel tessuto circostante. Alcuni degli esami che vengono consigliati quando si sospetta la malattia da protesi mammaria sono:

  • Emocromo completo
  • Urea ed elettroliti e creatinina
  • Funzionalità epatica
  • Funzionalità della tiroide
  • Proteina C reattiva (PCR)
  • Velocità di sedimentazione degli eritrociti (VES)
  • Ferro e ferritina
  • Immunoglobuline sieriche (IgG e IgM)
  • Marker delle malattie autoimmuni come gli anticorpi anti-SSB, anticorpi anti-SM, anticorpi anti-nucleari (ANA), etc.

Il piano terapeutico viene formulato solo in seguito a una valutazione medica esaustiva e dopo aver discusso i rischi e i benefici nel caso si vogliano rimuovere le protesi.

Guarigione dalla malattia da protesi mammaria

Nel caso della contrattura capsulare o della rottura della protesi, la rimozione della protesi al seno è indicata secondo le linee guida attuali. Quando si parla però di malattia da protesi mammaria i dati attuali dicono che potrebbe esserci un miglioramento come anche no:

  1. Pazienti non diagnosticati con una patologia autoimmune o reumatica. In queste pazienti, circa l’80% ha riferito di un miglioramento nei sintomi fisici e circa il 90% ha riferito un miglioramento nei sintomi psicologici e nel benessere generale in seguito alla rimozione delle protesi.
  2. Pazienti con patologia reumatica ma non autoimmune. Queste pazienti riferiscono un miglioramento iniziale della sintomatologia che sembra essere dovuto a un effetto placebo, con una ricaduta entro 6-12 mesi dopo la rimozione della protesi.
  3. Pazienti con patologie autoimmuni. Queste pazienti non avvertono alcun miglioramento nei sintomi in seguito alla rimozione della protesi né è rilevabile un miglioramento nei livelli di anticorpi.

Secondo una rassegna di studi di coorte e resoconti dei pazienti, circa il 75% delle pazienti riferisce un miglioramento dopo la rimozione delle protesi, ma solo il 16% delle pazienti con diagnosi di malattia autoimmune riferisce un miglioramento (sintomi più lievi, ma non guarigione).

La rimozione delle protesi al seno va discussa con il proprio chirurgo plastico: una capsulectomia totale o quasi-totale potrebbe essere indicata in alcuni casi, ma una capsulectomia en-bloc è al momento sconsigliata e da riservare esclusivamente ai casi confermati di tumore al seno.

Alla fine, la scelta su come procedere spetta al paziente, ma è altamente consigliato di attenersi alle linee guida e alle evidenze mediche attuali nonché al consiglio del chirurgo, possibilmente un professionista con esperienza specifica nel trattamento dei casi con malattia da protesi mammaria.


Fonti

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Intervento per le orecchie a sventola: otoplastica https://www.medtravel.asia/it/intervento-per-le-orecchie-a-sventola-otoplastica/ https://www.medtravel.asia/it/intervento-per-le-orecchie-a-sventola-otoplastica/#respond Wed, 14 Apr 2021 04:56:54 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3620 L’otoplastica è un intervento di chirurgia estetica finalizzato a migliorare l’aspetto delle orecchie molto pronunciate, che protrudono eccessivamente verso l’esterno, comunemente chiamate orecchie a sventola. Per otoplastica si intendono però in generale tutti gli interventi di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica che cambiano la forma o la posizione delle orecchie; in questo articolo parleremo del […]

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L’otoplastica è un intervento di chirurgia estetica finalizzato a migliorare l’aspetto delle orecchie molto pronunciate, che protrudono eccessivamente verso l’esterno, comunemente chiamate orecchie a sventola.

Per otoplastica si intendono però in generale tutti gli interventi di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica che cambiano la forma o la posizione delle orecchie; in questo articolo parleremo del solo intervento estetico per orecchie di dimensioni normali, ma che sporgono lateralmente sul viso in maniera pronunciata.

A differenza di altre caratteristiche estetiche del viso, l’inestetismo causato dalle orecchie a sventola coglie subito l’attenzione di chi guarda ed è per questo spesso causa di prese in giro e bullismo tra i bambini in età scolare. Per questo motivo, l’otoplastica estetica è spesso eseguita sui bambini intorno ai 6 anni di età, quando le orecchie hanno già raggiunto l’85% delle dimensioni che avranno in età adulta, anche se c’è comunque una buona percentuale di adulti che si rivolge al medico per questo tipo di operazione.

Le orecchie a sventola sono un tratto autosomico dominante presente in circa il 5% della popolazione generale.

Intervento chirurgico per le orecchie a sventola

L’otoplastica per le orecchie di dimensioni normali che protrudono eccessivamente verso l’esterno viene eseguita preferibilmente con sedazione o in anestesia generale quando il paziente è un bambino o un ragazzo, ma può essere eseguita anche in anestesia locale che è la scelta tipica nel caso degli adulti in grado di tollerarla.

Esistono diverse tecniche chirurgiche per l’otoplastica estetica e la scelta della tecnica da utilizzare dipenderà dall’età del paziente (pazienti più giovani hanno una cartilagine più morbida, mentre gli adulti ce l’hanno più rigida), dall’anatomia del paziente, dalle sue aspettative e dall’esperienza del chirurgo. L’approccio generale prevede una incisione a mezzaluna o a losanga nella parte posteriore del padiglione auricolare con rimozione della cute e del tessuto sottocutaneo fino ad esporre la cartilagine dell’orecchio; la cartilagine viene quindi suturata con punti riassorbibili per correggerne la posizione e il grado di sporgenza dal viso. In alcuni casi, potrebbe essere necessario asportare anche una parte di cartilagine o potrebbe essere necessario incidere anche nella parte anteriore dell’orecchio, ma in questo caso l’incisione viene comunque nascosta essendo effettuata nelle pieghe interne del padiglione. L’otoplastica richiede tipicamente meno di 2 ore per essere portata a termine. I risultati dell’intervento sono immediati e permanenti, anche se piccoli cambiamenti sono possibili nelle prime settimane di guarigione a causa del gonfiore dovuto all’intervento che viene gradualmente riassorbito.

L’otoplastica per le orecchie a sventola non è raccomandata nei bambini più piccoli di 4 o 5 anni in quanto le loro orecchie sono ancora in fase di crescita e di sviluppo.

Rischi dell’otoplastica

L’otoplastica per le orecchie troppo prominenti non presenta grossi rischi e complicazioni, ma come ogni altra procedura medica e chirurgica ci sono sempre e comunque dei rischi. La formazione di un ematoma, la cicatrizzazione anomala e l’infezione sono i rischi principali; la condrite (infiammazione della cartilagine) è un rischio possibile anche se molto raro. C’è inoltre il rischio di correggere troppo poco o eccessivamente le orecchie a sventola, con il risultato di ottenere orecchie ancora prominenti dopo l’intervento oppure troppo radenti il viso; infine c’è il rischio di asimmetria tra le due orecchie causato da un grado di correzione diverso tra un lato e l’altro.

Un cambiamento della sensibilità cutanea, che risulta ridotta dopo l’intervento, è normale ed è dovuto al danno ai nervi sensoriali causato dall’incisione con il bisturi, ma si risolve con la guarigione con il passare del tempo.

La maggior parte dei pazienti si dice soddisfatta e contenta con i risultati dell’otoplastica.

Guarigione dopo l’intervento di otoplastica

Il chirurgo potrebbe prescrivere degli antibiotici e dei farmaci antidolorifici. Verrà apposto un bendaggio per circa una settimana che copre le orecchie operate. Dopo la rimozione delle bende, sarà consigliato indossare una fascia elastica sportiva per alcune settimane e solo durante la notte. L’attività sportiva o il dormire su un lato vanno evitati per un paio di settimane dopo l’intervento.

Rimedi non chirurgici per le orecchie a sventola

È possibile modificare la forma e la posizione delle orecchie anche senza ricorso alla chirurgia, utilizzando delle stecche rigide, dei bendaggi o del nastro adesivo; sfortunatamente, questo è possibile solo nelle prime settimane di vita del neonato quando la cartilagine è ancora elastica, morbida e malleabile.

Un’altra tecnica minimamente invasiva ed offerta in alcune cliniche è l’otoplastica senza incisioni: consiste nell’applicare i punti di sutura nella parte posteriore dell’orecchio, senza però la necessità di asportare tessuto o di effettuare incisioni. È una tecnica minimamente invasiva, con tempo operatorio ridotto, recupero veloce e basso tasso di complicazioni. Non tutti i pazienti sono buoni candidati per questo tipo di intervento.

Costo dell’otoplastica

Il costo per l’intervento di correzione delle orecchie a sventola dipende dal paese in cui ci si opera, dalla tecnica chirurgica utilizzata e dalla clinica e dal chirurgo scelti.

Negli Stati Uniti, il prezzo dell’otoplastica per entrambe le orecchie si aggira tra i 4,000 e gli 8,000 USD.

Nel Regno Unito, l’intervento parte dai 2,500-3,500 GBP (3,400-4,800 USD)

In Australia il costo è di circa 5,000-8,000 AUD (3,800-6,100 USD)

In Thailandia, la correzione chirurgica delle orecchie prominenti è di circa 50,000-90,000 THB (1,600-2,850 USD) per entrambe le orecchie.


Fonti
  • The Incisionless Otoplasty Technique.
    A Gantous – JAMA Facial Plastic Surgery, Sep 2018
    DOI: https://doi.org/10.1001/jamafacial.2018.0670
  • Essentials of Aesthetic Surgery
    JE Janis – Thieme, 2018
    ISBN 978-1-62623-867-1
  • Plastic Surgery, 4th Edition, Vol 2
    JP Rubin – Elsevier, 2018
    ISBN: 978-0-323-35702-9
  • International Textbook of Aesthetic Surgery
    N Scuderi – Springer, 2016
    ISBN 978-3-662-46599-8
    DOI: https://doi.org/10.1007/978-3-662-46599-8
  • The Art of Aesthetic Surgery – Principles and Techniques, 2nd edition
    F Nahai – CRC Press, 2010
    ISBN: 978-1-4822-4166-2

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Cardioaspirina 100 mg e aspirinetta per prevenzione cardiovascolare https://www.medtravel.asia/it/cardioaspirina-100-mg-e-aspirinetta-per-prevenzione-cardiovascolare/ https://www.medtravel.asia/it/cardioaspirina-100-mg-e-aspirinetta-per-prevenzione-cardiovascolare/#respond Thu, 25 Mar 2021 10:55:26 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3516 Cardioaspirina e aspirinetta sono i nomi commerciali di un farmaco a base di acido acetilsalicilico (ASA) prodotto dall’azienda Bayer. L’aspirina viene comunemente utilizzata per il trattamento della febbre, dei dolori e degli stati infiammatori; appartiene alla classe dei FANS, cioè i farmaci antinfiammatori non steroidei, e oltre agli effetti ben noti a tutti contro le […]

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Cardioaspirina e aspirinetta sono i nomi commerciali di un farmaco a base di acido acetilsalicilico (ASA) prodotto dall’azienda Bayer. L’aspirina viene comunemente utilizzata per il trattamento della febbre, dei dolori e degli stati infiammatori; appartiene alla classe dei FANS, cioè i farmaci antinfiammatori non steroidei, e oltre agli effetti ben noti a tutti contro le infiammazioni, l’aspirina è anche un farmaco “fluidificante del sangue” che appartiene alla classe degli antiaggreganti piastrinici e cioè che impedisce alle piastrine di aggregarsi tra loro o di aderire ai vasi sanguigni, prevenendo quindi la formazione di coaguli nel sangue.

Come farmaco antiaggregante, l’aspirina è prescritta a un dosaggio inferiore che varia tra i 75 mg e i 150 mg e in Italia prende il nome di cardioaspirina o di aspirinetta: negli Stati Uniti è conosciuta come “aspirina per bambini” con una dose di 81 mg, nel Regno Unito la dose è 75 mg e in Europa in genere la dose prescritta è di 100 mg al giorno.

La cardioaspirina è stata utilizzata per lungo tempo nella prevenzione degli ictus e degli infarti miocardici anche nei soggetti sani, ma studi recenti evidenziano come non dovrebbe essere in realtà utilizzata nella popolazione generale tranne che negli individui ad alto rischio di eventi cardiovascolari e in quelli con anamnesi di ictus o infarto causati da coaguli.

Alcune persone con conoscenza medica limitata potrebbero pensare che sia una buona idea assumere una aspirina al giorno per prevenire alcune patologie cardiovascolari senza consultare il proprio medico; si stima che negli Stati Uniti 6 milioni di persone assumano la cardioaspirina senza anamnesi di eventi cardiovascolari e senza raccomandazione medica; se rientrate in questa categoria, è meglio che ci ripensiate: non solo gli studi indicano che non porta alcun beneficio ai soggetti sani, ma anzi aumenta alcuni rischi come quello di emorragia cerebrale ed emorragia gastrica.

Consultate sempre il vostro medico prima di assumere qualunque farmaco e prendete la cardioaspirina solo dopo aver consultato il vostro medico e sotto la sua supervisione.

cardioaspirina o aspirinetta 100 mg per la prevenzione cardiovascolare

La cardioaspirina, l’aspirina e l’aspirinetta sono la stessa cosa?

Il principio attivo di questi farmaci è lo stesso, cioè l’acido acetilsalicilico, quello che varia sono la formulazione, l’indicazione terapeutica e la dose.

  • La cardioaspirina è una compressa rivestita, cioè gastroresistente, da 100 mg per la prevenzione cardiovascolare.
  • L’aspirinetta è una compressa che può essere sciolta in acqua o direttamente in bocca o che può essere masticata e poi deglutita; il dosaggio è sempre di 100 mg come la cardioaspirina ma da bugiardino è indicata per il trattamento delle malattie reumatiche.
  • L’aspirina è invece presente sia in formulazioni che in dosi diverse e la sua indicazione è il trattamento di dolore, infiammazione e stati febbrili.

Indicazioni per la terapia con cardioaspirina 100 mg

La terapia quotidiana con aspirina a basso dosaggio è generalmente indicata nella prevenzione secondaria delle patologie cardiovascolari come ad esempio:

  • I pazienti con anamnesi di infarto miocardico
  • I pazienti con anamnesi di ictus ischemico
  • I pazienti con anamnesi di intervento di bypass coronarico o di angioplastica
  • I pazienti con anamnesi di angina pectoris

Quando invece si parla di prevenzione primaria delle patologie cardiovascolari, cioè della prevenzione nei pazienti che non hanno ancora sofferto di eventi cardiovascolari acuti, è necessaria una analisi dei rischi e dei benefici. Alcuni dei fattori di rischio considerati sono l’età, il sesso, il fumo, l’ipertensione, il diabete, l’anamnesi familiare e il profilo lipidico. La cardioaspirina va utilizzata solo se indicata dal medico.

Chi non deve assumere l’acido acetilsalicilico 100 mg?

L’aspirina non va mai somministrata a bambini e ragazzi con meno di 16 anni a causa della sua associazione con lo sviluppo della sindrome di Reye. Solo su indicazione diretta del medico o del pediatra può essere data a questa categoria.

L’aspirina va anche evitata dalle persone affette da alcune patologie come ad esempio:

  • Disturbi della coagulazione
  • Allergia ai salicilati
  • Ulcera gastrica
  • Anamnesi di emorragia cerebrale
  • Anamnesi di emorragie gastrointestinali
  • In terapia con altri antiaggreganti o anticoagulanti
  • Epatopatie o nefropatie gravi

La cardioaspirina va assunta solo su prescrizione del medico.

Cardioaspirina o aspirinetta in gravidanza

Un basso dosaggio di acido acetilsalicilico è raccomandato e comunemente prescritto nelle donne in stato di gravidanza ad alto rischio di sviluppare la preeclampsia. Generalmente viene prescritta tra le 12 e le 28 settimane di gravidanza e viene assunta fino al parto. La cardioaspirina non è raccomandata invece per la prevenzione degli aborti spontanei, del ritardo o restrizione della crescita fetale (intrauterina), della morte endouterina fetale (MEF) o del parto prematuro. L’aspirina va assunta solo se e quando indicato del ginecologo. Sebbene la cardioaspirina non sembri avere effetti negativi se assunta dopo il primo trimestre, alte dosi di aspirina durante il primo trimestre aumentano invece il rischio di parto prematuro, difetti congeniti e di emorragia intracranica nei neonati prematuri.

Quali sono i benefici dell’assunzione giornaliera di aspirina?

L’assunzione quotidiana di 100 mg di aspirina diminuisce il rischio di ictus ischemico e di infarto miocardico nei pazienti selezionati grazie al fatto che impedisce alle piastrine di aderire tra loro o di aderire ai vasi sanguigni (effetto antiaggregante) e di causare quindi dei trombi. I trombi possono limitare o bloccare totalmente il flusso di sangue all’interno delle arterie e causare infarti, ictus e altre patologie serie finanche la morte.

È necessario che io prenda la cardioaspirina?

L’assunzione quotidiana di acido acetilsalicilico (ASA) è necessaria solo se indicata e prescritta dal medico. In generale è indicata nei pazienti con anamnesi di patologie cardiovascolari (prevenzione secondaria) e nei soggetti ad alto rischio di eventi cardiovascolari e basso rischio di sanguinamento che rientrano in parametri specifici (prevenzione primaria).

Posologia e formulazioni dell’aspirina

In base al paese di residenza, esistono diverse dosi e formulazioni dell’acido acetilsalicilico a basso dosaggio per la prevenzione cardiovascolare. I dosaggi più comuni sono 75 mg, 81 mg e 100 mg.

Le formulazioni disponibili sono le compresse normali, quelle masticabili, quelle solubili e quelle rivestite.

Formulazioni diverse e dosaggi più alti sono disponibili per indicazioni diverse di questo principio attivo.

Qual è il momento migliore per assumerla?

La cardioaspirina va assunta una sola volta al giorno sempre alla stessa ora ed è consigliato di prenderla prima dei pasti.

L’aspirinetta e l’aspirina invece è consigliato assumerle dopo i pasti principali, a stomaco pieno.

Effetti indesiderati della cardioaspirina

L’assunzione giornaliera di cardioaspirina, come di qualunque altro farmaco, può causare effetti indesiderati. I più comuni sono a carico dell’apparato gastrointestinale. Sanguinare più facilmente del normale come nel caso dell’epistassi, la comparsa di lividi e i tagli che impiegano più tempo a smettere di sanguinare sono alcune delle complicazioni normali e più comuni del farmaco. Le complicazioni serie sono rare e includono emorragie gravi, epatopatie e reazioni allergiche.

In caso di comparsa di qualunque effetto indesiderato si consiglia di contattare il proprio medico per un consulto.


Fonti
  • Effect of Aspirin on Cardiovascular Events and Bleeding in the Healthy Elderly.
    JJ McNeil et al – The New England Journal of Medicine, Oct 2018
    DOI: https://doi.org/10.1056/nejmoa1805819
  • Effect of Aspirin on All-Cause Mortality in the Healthy Elderly.
    JJ McNeil et al – The New England Journal of Medicine, Oct 2018
    DOI: https://doi.org/10.1056/NEJMoa1803955
  • Effect of Aspirin on Disability-free Survival in the Healthy Elderly.
    JJ McNeil et al – The New England Journal of Medicine, Oct 2018
    DOI: https://doi.org/10.1056/NEJMoa1800722
  • Use of aspirin to reduce risk of initial vascular events in patients at moderate risk of cardiovascular disease (ARRIVE): a randomised, double-blind, placebo-controlled trial.
    JM Gaziano et al – The Lancet, Sep 2018
    DOI: https://doi.org/10.1016/S0140-6736(18)31924-X
  • Personalized Prediction of Cardiovascular Benefits and Bleeding Harms From Aspirin for Primary Prevention – A Benefit–Harm Analysis.
    V Selak – Annals of Internal Medicine, Oct 2019
    DOI: https://doi.org/10.7326/M19-1132
  • 2019 ACC/AHA Guideline on the Primary Prevention of Cardiovascular Disease: A Report of the American College of Cardiology/American Heart Association Task Force on Clinical Practice Guidelines.
    DK Arnett et al – Circulation, Mar 2019
    DOI: https://doi.org/10.1161/CIR.0000000000000678 
  • American Heart Association
  • Update on Aspirin in Primary Prevention.
    American College of Cardiology (ACC), Nov 2019
  • Low-Dose Aspirin Use During Pregnancy.
    American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG), Jul 2018
    DOI: https://doi.org/10.1097/aog.0000000000002708
  • Low-dose aspirin
    UK National Health Service (NHS)
    https://www.nhs.uk/medicines/low-dose-aspirin/
  • U.S. Department of Health and Human Services – Office of Disease Prevention and Health Promotion.
  • Aspirin use may be widespread despite new guidelines.
    US National Institutes of Health (NIH), Aug 2019

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Dopo quanto tempo inizia a funzionare il Roaccutan (isotretinoina)? https://www.medtravel.asia/it/dopo-quanto-tempo-inizia-a-funzionare-il-roaccutan-isotretinoina/ https://www.medtravel.asia/it/dopo-quanto-tempo-inizia-a-funzionare-il-roaccutan-isotretinoina/#respond Tue, 16 Mar 2021 10:18:31 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3508 Le persone affette da acne non vedono l’ora di vedere un miglioramento della loro condizione sulla pelle quindi non appena iniziano ad assumere il Roaccutan, il trattamento di riferimento contro l’acne, si domandano in quanto tempo ci saranno risultati apprezzabili. Il Roaccutan (Accutane negli Stati Uniti) è il nome commerciale di un farmaco retinoide con […]

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Le persone affette da acne non vedono l’ora di vedere un miglioramento della loro condizione sulla pelle quindi non appena iniziano ad assumere il Roaccutan, il trattamento di riferimento contro l’acne, si domandano in quanto tempo ci saranno risultati apprezzabili.

Il Roaccutan (Accutane negli Stati Uniti) è il nome commerciale di un farmaco retinoide con obbligo di prescrizione medica a base di isotretinoina e indicato nel trattamento dell’acne nodulo-cistica, ma spesso prescritto anche per forme più lievi di acne, per l’eczema e per altri disturbi dermatologici.

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Quanto tempo per vedere gli effetti del Roaccutan?

Gli effetti del farmaco possono essere visti fin da 10 giorni dopo l’inizio della terapia con isotretinoina orale.

Spesso tra le 2 e le 10 settimane dopo l’inizio del trattamento si potrebbe notare un peggioramento dell’acne, noto come flare-up in inglese.

La maggior parte dei pazienti sarà in grado di apprezzare i benefici del farmaco dopo 1-3 mesi dall’inizio della terapia che in genere dura 5-6 mesi.

L’80% dei pazienti che assume capsule di isotretinoina avrà la pelle libera dall’acne dopo 4 mesi.

L’efficacia di questo trattamento farmacologico è dose-dipendente e molti pazienti iniziano con una dose bassa che viene gradualmente incrementata con il passare delle settimane; il piano terapeutico specifico che ti è stato prescritto, che include la dose giornaliera di isotretinoina e quali altri farmaci si assumono o i trattamenti ai quali ci si sottopone, influenzeranno quanto velocemente si vedranno i risultati dell’assunzione del Roaccutan.

Dopo aver finito un ciclo di isotretinoina, se l’acne persiste si potrà fare un secondo ciclo dopo aver fatto passare un periodo di almeno due mesi senza assumere il farmaco.

Rivolgetevi al vostro dermatologo di fiducia per consigli su misura e specifici per il vostro caso.


Fonti

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Saturimetro e SpO2: saturazione dell’ossigeno nel sangue https://www.medtravel.asia/it/saturimetro-e-spo2-saturazione-dellossigeno-nel-sangue/ https://www.medtravel.asia/it/saturimetro-e-spo2-saturazione-dellossigeno-nel-sangue/#respond Tue, 16 Mar 2021 06:54:31 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3502 La saturazione dell’ossigeno, comunemente chiamata ossigenazione del sangue e nota anche come SpO2, è la misura della quantità di ossigeno presente nel sangue. Più precisamente, la saturazione dell’ossigeno è la quantità percentuale di emoglobina che presenta un legame con molecole di ossigeno. Il saturimetro o pulsiossimetro è lo strumento che ne permette la misurazione non […]

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La saturazione dell’ossigeno, comunemente chiamata ossigenazione del sangue e nota anche come SpO2, è la misura della quantità di ossigeno presente nel sangue. Più precisamente, la saturazione dell’ossigeno è la quantità percentuale di emoglobina che presenta un legame con molecole di ossigeno.

Il saturimetro o pulsiossimetro è lo strumento che ne permette la misurazione non invasiva, grazie al fatto che l’emoglobina assorbe la luce in maniera diversa quando è legata all’ossigeno: questa è anche la ragione per cui il sangue arterioso ossigenato ha un colore rosso brillante, mentre il sangue venoso privo di ossigeno è color rosso scuro.

La saturazione dell’ossigeno nel sangue, misurata tramite il saturimetro con un sensore posizionato su un dito, è da molti considerata uno dei parametri vitali principali.

saturimetro per misurare la saturazione dell'ossigeno nel sangue

Cosa significa SpO2?

SpO2 è un acronimo che significa saturazione periferica dell’ossigeno ed è il valore comunemente misurato dai saturimetri.

Un’altra misura più affidabile della quantità di ossigeno presente nel sangue è l’emogasanalisi arteriosa (EGA) che fornisce il valore della pressione parziale dell’ossigeno nel sangue o PaO2. Nonostante sia più precisa, l’emogas arteriosa è un esame di natura invasiva che richiede la presenza di un medico o infermiere per il prelievo di sangue da un’arteria, generalmente dal polso (arteria radiale) in un contesto di emergenza, e non fornisce un dato immediato in quanto richiede l’invio del campione a un laboratorio per l’analisi.

Valori normali del saturimetro

Per una persona in salute, la saturazione normale dell’ossigeno nel sangue è superiore al 95%; viene considerata anormale una saturazione tra il 90-94% e richiede cure mediche una saturazione inferiore al 90%.

L’obesità, il fumo e la vecchiaia sono alcuni dei fattori che influenzano la saturazione dell’ossigeno abbassandola.

Le patologie polmonari possono anch’esse abbassare l’SpO2: i pazienti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) per esempio hanno una saturazione normale quando è nel range 88-92%.

I valori misurati dal saturimetro sono utili?

In linea generale, i sintomi e i segni clinici vengono prima dei numeri, con questi ultimi utili a capire meglio e a dare una misurazione oggettiva dei primi.

L’affanno, la sensazione di oppressione toracica, il respiro accelerato (tachipnea), stanchezza e debolezza, dispnea a riposo, confusione mentale, intorpidimento e parestesie delle estremità, cianosi e l’uso intenso dei muscoli accessori della respirazione sono alcuni dei sintomi e dei segni clinici che possono indicare un problema con la respirazione.

In alcuni casi tuttavia, si potrebbe avere un respiro normale e nessun sintomo palese, ma allo stesso momento si potrebbero avere bassi valori dell’ossigenazione del sangue, uno stato noto come ipossia silente che è anche associata al CoViD-19.

Il saturimetro nei pazienti con il coronavirus: l’ipossia silente

Mentre nella popolazione generale, in salute, il possesso di un pulsiossimetro a casa potrebbe essere considerato inutile, nei pazienti affetti da COVID questo strumento potrebbe aiutare a riconoscere prontamente una possibile complicazione della malattia: l’ipossia silenziosa. Misurando l’SpO2 un paio di volte al giorno si può essere in grado di rilevare un abbassamento dell’ossigenazione del sangue anche quando questo non si riflette in alcun segno o sintomo evidente, permettendo quindi un intervento tempestivo del medico o il ricorso all’ospedale.

Il saturimetro nei pazienti con patologie croniche polmonari

I pazienti con BPCO possono utilizzare il saturimetro quando avvertono un peggioramento dei sintomi usuali sia per valutare la serietà dell’aggravamento sia per facilitarne la gestione domestica regolando l’ossigenoterapia fino al raggiungimento di una saturazione nel range 88-92%.

Avvertenze sull’uso del saturimetro e sui valori rilevati

Il pulsiossimetro è uno strumento molto utile, ma non è perfetto. Gli strumenti più costosi incorporano sensori più accurati e quindi rilevano valori più affidabili, mentre quelli meno costosi potrebbero non essere nemmeno intesi per uso medicale né aver passato alcun test di precisione.

Inoltre, alcuni fattori influenzano i valori rilevati come:

  • Lo smalto sulle unghie. Per una misurazione affidabile il sensore va posizionato su un dito nel quale è stato rimosso lo smalto o in alternativa su un dito del piede o sul lobo dell’orecchio. Si può anche provare a posizionare il sensore lateralmente sul dito.
  • Le dita fredde. Una scarsa circolazione periferica dovuta alle dita fredde può influenzare il dato rilevato. Riscaldare le dita e migliorarne la circolazione immergendole nell’acqua tiepida e/o massaggiandole per aumentare la perfusione è fondamentale per una misurazione più precisa e affidabile.
  • Pigmentazione della pelle e spessore della pelle sono anch’essi in grado di variare il risultato.
  • La luce ambientale potrebbe ridurre la precisione della rilevazione: i saturimetri ospedalieri hanno delle ali di gomma ai lati per ridurre l’apporto di luce ambientale.
  • In caso di intossicazione da monossido di carbonio (CO), il saturimetro potrebbe misurare dei valori di ossigenazione nella norma: questo succede perché la carbossiemoglobina assorbe all’incirca la stessa lunghezza d’onda dell’ossiemoglobina.
  • SpO2 inferiore all’83%. Quando i valori dell’ossigenazione sono troppo bassi, il pulsiossimetro potrebbe rilevare valori non accurati. In questi casi in genere si esegue una emogasanalisi arteriosa in contesto ospedaliero.

Non affidatevi alla sola automisurazione dell’ossigenazione del sangue e all’autovalutazione dei sintomi: consultate sempre il vostro medico di famiglia quando avvertite qualcosa che non va.

Avvertenze sulla tossicità dell’ossigeno

Alcune persone che hanno accesso sia al saturimetro che a una bombola di ossigeno, come i parenti di pazienti con BPCO o i sommozzatori, potrebbero pensare sia una buona idea somministrarsi dell’ossigeno quando i valori tendono verso il basso.

La somministrazione di ossigeno è una terapia medica come ogni altro farmaco soggetto a prescrizione e per questo motivo va utilizzata solo quando e come indicato da un medico. La percentuale della miscela di aria-ossigeno (dal 21% al 100%) e il flusso di ossigeno (da 0,5 a 15 L/min) va decisa dal medico in base ai bisogni specifici del paziente.

Inoltre, l’ossigeno in realtà è tossico per l’organismo umano: non sopravvivremmo in una atmosfera con il 100% di ossigeno. L’esposizione ad alti livelli di ossigeno per lungo tempo causa una intossicazione da ossigeno con effetti sul sistema nervoso centrale, sui polmoni e in generale su tutti gli organi e i tessuti. Maggior ossigeno respirato significa anche più processi ossidativi nei tessuti che portano a un’aumentata produzione di specie reattive dell’ossigeno note comunemente come radicali liberi. L’ossigeno inoltre causa vasocostrizione dei vasi sanguigni nei tessuti. Nei pazienti affetti da BPCO e da infarto miocardico la somministrazione eccessiva di ossigeno è correlata a prognosi peggiori.


Fonti

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Crepitio o scoppiettio nelle orecchie: disfunzione tubarica e altre cause https://www.medtravel.asia/it/crepitio-o-scoppiettio-nelle-orecchie-disfunzione-tubarica-e-altre-cause/ https://www.medtravel.asia/it/crepitio-o-scoppiettio-nelle-orecchie-disfunzione-tubarica-e-altre-cause/#respond Tue, 09 Mar 2021 11:01:35 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3492 Un crepitio o uno scoppiettio nelle orecchie è un sintomo non troppo inusuale. Quando i pazienti si rivolgono al medico a causa di questo sintomo, spesso lo descrivono come il rumore dei Rice Krispies (riso soffiato per la colazione) quando si versa il latte, senza però accusare fastidio o dolore. Le cause dell’acufene, termine medico […]

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Un crepitio o uno scoppiettio nelle orecchie è un sintomo non troppo inusuale. Quando i pazienti si rivolgono al medico a causa di questo sintomo, spesso lo descrivono come il rumore dei Rice Krispies (riso soffiato per la colazione) quando si versa il latte, senza però accusare fastidio o dolore. Le cause dell’acufene, termine medico per definire qualunque suono che sentiamo all’interno dell’orecchio e che non ha corrispondenza con il mondo esterno, possono essere molteplici. L’acufene può essere avvertito come un ronzio, un sibilo, un crepitio, uno schiocco, un fischio, uno sfrigolio o un mormorio.

L’acufene non è necessariamente un sintomo di cui preoccuparsi ad esempio quando:

  • Si sente un rullio come di tamburi quando si sbadiglia. Questo è infatti causato dalla contrazione intermittente di alcuni muscoli, solitamente il muscolo tensore del timpano.
  • Si sente uno schiocco o un sibilo quando c’è un cambio repentino di altitudine, ad esempio durante decollo e atterraggio quando si viaggia in aereo.

In questo articolo però parlerò delle possibili cause di acufene di tipo crepitante o scoppiettante e non del più diffuso ronzio.

cause di crepitio o scoppiettio nelle orecchie

Disfunzione Tubarica

La tuba o tromba di Eustachio è un canale che collega l’orecchio medio alla rinofaringe; permette di far defluire muco o liquidi dall’orecchio medio e di compensare la pressione dell’aria tra l’interno dell’orecchio e il mondo esterno.

Talvolta, a causa di allergie, infiammazioni o infezioni, la tromba di Eustachio può gonfiarsi riducendo quindi il diametro interno e compromettendone il funzionamento normale. Questa disfunzione può portare a una sensazione di “pienezza” dell’orecchio, a disturbi uditivi e in alcuni casi a uno scoppiettio o crepitio nelle orecchie dovuto al passaggio difficile dell’aria attraverso il canale ristretto.

La disfunzione tubarica è considerata la causa più verosimile di scoppiettio nelle orecchie.

Tappo di cerume

Il cerume è composto di cellule morte e di secrezioni prodotte da due tipi di ghiandole diverse all’interno dell’orecchio; la sua funzione è quella di tenere il canale uditivo lubrificato e pulito e presenta inoltre delle proprietà antimicrobiche. Il cerume viene espulso naturalmente dal canale auricolare attraverso un meccanismo fisiologico che lo spinge verso l’esterno e che viene aiutato dai movimenti della mandibola. Nel 10% dei bambini, 5% degli adulti e quasi il 60% degli anziani nelle case di cura il cerume forma un tappo, cioè causa dei sintomi o blocca totalmente il condotto uditivo. Questo può essere dovuto a un problema nel meccanismo fisiologico di espulsione o a una errata igiene personale (ad esempio l’uso dei cotton fioc).

Se vi è un blocco completo del canale uditivo, il tappo di cerume può anche causare il crepitio nelle orecchie in maniera similare alla disfunzione tubarica quando l’aria, lentamente e con difficoltà, riesce a superare il blocco.

Otite media

L’otite media può causare la disfunzione tubarica e per questo motivo è una delle possibili cause di scoppiettio nelle orecchie. Quando i sintomi dell’otite persistono è necessario rivolgersi al proprio medico curante in quanto potrebbe essere necessaria la terapia antibiotica.

Scoppiettio nelle orecchie quando si mastica o muove la mandibola: ATM

L’articolazione temporo-mandibolare (ATM) è l’articolazione che connette la mandibola al cranio. Come ogni altra articolazione anche questa può avere dei disturbi e soffrire di degenerazione della cartilagine o di artrosi. Quando i pazienti soffrono di disturbi dell’articolazione temporomandibolare generalmente riferiscono dolore e rumori a schiocco quando muovono la mandibola, ma in certi casi è possibile avvertire anche un crepitio.

Altre possibili cause

Sindrome di Meniere

Le persone affette da sindrome di Meniere soffrono di attacchi della durata variabile da pochi minuti ad alcune ore che sono caratterizzati da vertigini, disturbi dell’udito e acufene. Nonostante non sia molto comune, talvolta l’acufene può essere del tipo scoppiettante.

Crepitio dopo interventi chirurgici

In alcuni casi, i pazienti che si sono sottoposti ad interventi chirurgici come la mastoidectomia per l’asportazione di un colesteatoma potrebbero avvertire un crepitio durante le prime settimane dopo l’operazione. A guarigione ultimata questo suono dovrebbe scomparire.

Effetto collaterale di farmaci

Molti farmaci (oltre 200) possono causare problemi all’udito e acufene anche se questo è solitamente un ronzio e solo raramente uno scoppiettio. I farmaci ototossici più comuni sono alcuni antibiotici, alcuni farmaci utilizzati nelle terapie per i tumori, il chinino (antimalarico), l’aspirina e alcuni diuretici.

Trauma cranico, barotrauma e trauma acustico

Il trauma cranico, i traumi causati da cambiamenti di pressione come quando si vola o ci si immerge, e i traumi da rumori molto forti sono una possibile causa di acufene. Generalmente si tratta di ronzii con perdita di udito, ma in alcuni casi può anche trattarsi di crepitio nelle orecchie.

Trattamento dello scoppiettio nelle orecchie

La terapia per il crepitio o scoppiettio nelle orecchie dipende dalla causa di questo fenomeno. È sempre consigliato recarsi dal proprio medico curante affinché questo possa effettuare un esame fisico e raccogliere tutte le informazioni necessarie per una diagnosi affidabile tra cui domandare quali altri sintomi vengono avvertiti e quali farmaci si sono assunti di recente. In alcuni casi potrebbe essere prescritta una visita specialistica da un otorino.

Quando si pensa a rimedi casalinghi per le orecchie o alla pulizia delle orecchie molte persone hanno in mente i cotton fioc (bastoncini cotonati), le candele per le orecchie e le gocce di olio d’oliva nell’orecchio. È stato dimostrato che questi metodi sono sia inefficaci che potenzialmente dannosi e in grado di peggiorare la situazione. Gli spray contenenti sostanze che ammorbidiscono il cerume e ne facilitano l’espulsione o le irrigazioni con le siringhe (senza ago!) sono alternative migliori.

Se si soffre di una infezione delle alte vie respiratorie come il raffreddore comune, il crepitio alle orecchie scomparirà una volta guariti dall’infezione. Si può domandare al proprio medico curante se nel proprio caso specifico sia indicato l’uso di antiinfiammatori, decongestionanti nasali, corticosteroidi o altri farmaci.

In alcuni casi, la manovra di Valsalva è in grado di risolvere il problema; per effettuare questa manovra è necessario chiudere la bocca e tappare le narici e tentare di espirare. Si tratta della stessa manovra che potreste aver già sperimentato per compensare la differenza di pressione nelle orecchie quando si vola in aeroplano.

Quando è necessario recarsi dal medico?

Un crepitio alle orecchie occasionale o di breve durata potrebbe essere normale, ma in alcuni casi è consigliato recarsi dal proprio medico per una valutazione come ad esempio:

  • Quando i sintomi durano per settimane
  • Quando i sintomi insorgono in seguito ad un trauma o a un infortunio.
  • Quando oltre allo scoppiettio alle orecchie si provano anche vertigini, nausea, febbre, perdita dell’udito o altri sintomi.
  • Quando dal canale uditivo fuoriesce muco o liquido con tracce di sangue o con un odore cattivo.

Fonti

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Significato di lesione ipodensa e radiotrasparenza alla TAC o raggi X https://www.medtravel.asia/it/significato-di-lesione-ipodensa-e-radiotrasparenza-alla-tac-o-raggi-x/ https://www.medtravel.asia/it/significato-di-lesione-ipodensa-e-radiotrasparenza-alla-tac-o-raggi-x/#respond Thu, 04 Mar 2021 06:44:37 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3480 Dopo aver effettuato una TAC o una radiografia si potrebbe aver letto i termini radiotrasparente, radiolucido o ipodensità nel referto scritto dal medico radiologo. Se ti stai chiedendo cosa significhi, la risposta è sia semplice che complicata allo stesso tempo, continua a leggere per scoprire perché. Cosa è la radiotrasparenza? Le radiografie, spesso chiamate semplicemente […]

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Dopo aver effettuato una TAC o una radiografia si potrebbe aver letto i termini radiotrasparente, radiolucido o ipodensità nel referto scritto dal medico radiologo. Se ti stai chiedendo cosa significhi, la risposta è sia semplice che complicata allo stesso tempo, continua a leggere per scoprire perché.

lesione ipodensa o radiotrasparenza nel referto di una radiografia o di una tac

Cosa è la radiotrasparenza?

Le radiografie, spesso chiamate semplicemente “raggi”, sono delle immagini ottenute a fine diagnostico; in radiologia medica, un generatore di raggi X produce un fascio di energia (i raggi X) che viaggia in direzione del corpo del paziente: una parte di questi raggi X viene assorbita dalle strutture del corpo, mentre un’altra parte attraversa il paziente e viene catturata da una pellicola sensibile posta dietro di esso. Le TAC utilizzano lo stesso principio di funzionamento, ma sono in grado di produrre immagini tridimensionali.

  • Una struttura radiotrasparente ha una bassa densità che produrrà un colore nero sulla radiografia. Questo significa che i raggi X hanno attraversato il corpo.
  • Una struttura radiopaca ha alta densità e produrrà un colore bianco sulla radiografia. Questo significa che i raggi X sono stati assorbiti e non sono riusciti a passare.

Una ipodensità o radiotrasparenza rappresenta un’area a bassa densità, che quindi appare di colore nero, e che viene spesso segnalata nei referti perché presente in una regione o in un tessuto in maniera inaspettata cioè dove dovrebbe esserci un tessuto radiopaco (di colore bianco).

L’opposto di ipodensità o radiotrasparenza è chiamato addensamento o radiopacità e rappresenta quindi un’area più densa del normale che compare alla radiografia come una macchia bianca nel tessuto.

Cosa indicano le lesioni ipodense?

Le radiotrasparenze o lesioni ipodense possono voler dire un gran numero di cose: potrebbe essere un artefatto o potrebbe essere dovuto a un posizionamento errato del paziente durante l’esame radiografico, o potrebbe essere qualcosa di benigno di cui non preoccuparsi, o ancora potrebbe essere un segno di qualcosa che non và. Non è possibile stabilire il significato di una lesione ipodensa senza conoscere il caso specifico del paziente e senza avere ulteriori informazioni sulla radiografia.

In generale, una radiotrasparenza può indicare cose come una cisti, un tumore benigno, una infezione o un tumore maligno. Il confronto con radiografie o TAC precedenti, l’anamnesi del paziente, i sintomi riferiti e il motivo per cui l’esame è stato prescritto insieme a informazioni come il luogo esatto e il tipo e porzione di tessuto in cui la lesionie ipodensa si trova, come sono i margini e quali altre irregolarità sono presenti nell’area esaminata, sono solo alcune delle ulteriori informazioni necessarie a restringere le possibili diagnosi. In molti casi, per una diagnosi esatta serviranno ulteriori esami sia di diagnostica per immagini sia istologici come la biopsia.

Esempi di lesioni ipodense e radiostrasparenze

In una panoramica dentale (ortopantomografia), esame comunemente prescritto da dentisti e odontoiatri, una radiotrasparenza periapicale è spesso indicazione di una infezione.

In una mammografia potrebbe indicare invece la presenza di una cisti o di un lipoma.

Nella radiografia di un segmento osseo la radiotrasparenza potrebbe indicare un’area demineralizzata a causa di un trauma.

Come interpretare il significato dell’ipodensità?

I radiologi sono medici specializzati nell’esecuzione di tecniche per la diagnostica per immagini nonché nel fare diagnosi sulla base della loro interpretazione delle immagini ottenute. È necessario portare il referto del radiologo al proprio medico curante o allo specialista che ha prescritto l’esame per poter comprender meglio il significato del reperto radiografico e per discuterne il risultato.


Fonti

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Azotemia (urea) ed elettroliti nelle analisi del sangue https://www.medtravel.asia/it/azotemia-urea-ed-elettroliti-nelle-analisi-del-sangue/ https://www.medtravel.asia/it/azotemia-urea-ed-elettroliti-nelle-analisi-del-sangue/#respond Mon, 01 Mar 2021 09:50:43 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3471 L’azotemia, o urea sierica, e la misurazione degli elettroliti sono due comuni esami del sangue prescritti da medici curanti e da specialisti. A cosa serve misurare l’azotemia e gli elettroliti? L’azotemia e il pannello elettrolitico possono essere prescritti sia nel caso di un controllo generale dello stato di salute sia per indagare nel caso di […]

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L’azotemia, o urea sierica, e la misurazione degli elettroliti sono due comuni esami del sangue prescritti da medici curanti e da specialisti.

esami sangue alti risultati elevati

A cosa serve misurare l’azotemia e gli elettroliti?

L’azotemia e il pannello elettrolitico possono essere prescritti sia nel caso di un controllo generale dello stato di salute sia per indagare nel caso di un sospetto diagnostico: principalmente vengono utilizzati per valutare la funzionalità renale, ma possono essere utilizzati per diagnosticare anche altri disturbi come la disidratazione, l’acidosi o alcalosi metabolica, gli squilibri elettrolitici e disturbi dell’apparato respiratorio.

Azotemia o Urea

L’esame per misurare l’urea nel sangue si chiama anche azotemia. Si utilizza principalmente per valutare la funzionalità renale o per diagnosticare nefropatie o la disidratazione. L’azotemia può anche essere prescritta per valutare l’efficacia di alcune terapie come nel caso della dialisi.

L’urea si forma nel fegato come prodotto finale e di scarto nel metabolismo delle proteine. Dopo essere state ingerite, le proteine vengono spezzettate dagli enzimi digestivi ed entrano nel circolo sanguigno come aminoacidi; gli aminoacidi poi vengono uniti tra loro per formare nuove proteine secondo le necessità dell’organismo. Se le proteine e gli aminoacidi non servono più, vengono trasformati in energia dal fegato e usati come forma di carburante al posto di grassi o zuccheri attraverso processi metabolici che portano alla formazione dell’urea; l’urea entra poi nella circolazione sanguigna e raggiunge i reni dove viene espulsa dal corpo attraverso l’urina.

L’azotemia viene spesso accoppiata all’esame della creatinina per valutare meglio la funzionalità renale.

Pannello elettrolitico

Il pannello elettrolitico standard prevede la misurazione di quattro valori diversi:

  • Anidride carbonica (CO2)
  • Cloruro (Cl)
  • Potassio (K+)
  • Sodio (Na+)

L’anidride carbonica (o diossido di carbonio) viene utilizzata per misurare indirettamente lo ione bicarbonato (HCO3) e per stimare e valutare in maniera approssimativa l’equilibrio acido-base. I livelli dello ione bicarbonato vengono regolati dai reni.

Il cloruro viene utilizzato in congiunzione con gli altri elettroliti per valutare l’equilibrio acido-base e lo stato d’idratazione.

Il potassio è uno ione con carica positiva ed è il principale presente all’interno delle cellule; è importante per la sua funzione nella trasmissione degli impulsi nervosi e nella contrazione muscolare (cuore incluso!). Viene escreto dai reni senza possibilità di essere riassorbito e quindi i suoi livelli dipendono totalmente dall’assunzione tramite la dieta.

Il sodio è uno ione con carica positiva ed è il principale presente all’esterno delle cellule; è importante il suo ruolo nella regolazione del bilancio idrico, della pressione arteriosa e nella trasmissione degli impulsi nervosi e contrazione muscolare. Viene escreto dai reni, ma può essere riassorbito.

Altri elettroliti non inclusi nel pannello elettrolitico standard ma presenti nel corpo sono:

  • Calcio (Ca2+)
  • Magnesio (Mg2+)
  • Fosfato (PO43-)

Valori normali di azotemia ed elettroliti

Per l’urea o azotemia, i valori di riferimento sono:

  • 3-12 mg/dL nei neonati
  • 5-18 mg/dL nei lattanti e nei bambini
  • 10-20 mg/dL or 3,6-7,1 mmol/L (unità SI) negli adulti e un po’ più alti negli anziani.

Per l’anidrire carbonica (CO2) i valori normali sono:

  • 13-22 mEq/L nei neonati
  • 20-28 mEq/L nei lattanti e nei bambini
  • 23-30 mEq/L or 23-30 mmol/L (unità SI) negli adulti e negli anziani.

Per il cloruro (Cl) i valori normali sono:

  • 96-106 mEq/L nei neonati
  • 90-110 mEq/L nei lattanti e nei bambini
  • 98-106 mEq/L or 98-106 mmol/L (unità SI) negli adulti e negli anziani.

Per il potassio (K+) i valori normali sono:

  • 3,9-5.9 mEq/L nei neonati
  • 4,1-5,3 mEq/L nei lattanti
  • 3,4-4,7 mEq/L nei bambini
  • 3,5-5,0 mEq/L or 3,5-5,0 mmol/L (unità SI) negli adulti e negli anziani.

Per il sodio (Na+) i valori normali sono:

  • 134-144 mEq/L nei neonati
  • 134-150 mEq/L nei lattanti
  • 136-145 mEq/L nei bambini
  • 136-145 mEq/L or 136-145 mmol/L (SI units) negli adulti e negli anziani.

I valori normali o di riferimento possono variare leggermente in quanto sono determinati da ogni singolo laboratorio di analisi in base alla strumentazione utilizzata, al metodo per testare il valore e alla popolazione usata come riferimento per i “valori normali”.

Interpretazione dei valori di azotemia ed elettroliti fuori range

Per interpretare i valori fuori dal range di normalità bisogna conoscere e guardare il quadro generale. Un valore singolo all’estremo alto o basso dei valori di riferimento non basta per poter fare una diagnosi (in linea generale, con alcune eccezioni).

Alcune semplici azioni della vita di tutti i giorni come bere più o meno acqua, fare attività fisica, sudare, cosa si è mangiato o l’assunzione di farmaci possono causare una variazione nei risultati delle analisi. La gravidanza è anch’essa in grado di modificare i risultati delle analisi del sangue. Per questi motivi è sempre consigliato di far interpretare le analisi dal proprio medico curante o dal proprio specialista in quanto loro sono a conoscenza del motivo per cui gli esami sono stati prescritti, hanno accesso ai risultati delle analisi effettuate in passato, conoscono la vostra anamnesi, sanno che farmaci prendete, gli eventuali sintomi riportati e conoscono tutte le altre informazioni fondamentali per poter trarre conclusioni sulla base dei valori riportati nell’esito dell’esame.

L’azotemia o urea può essere alta nel caso di insufficienza renale (sia acuta che cronica), nell’ostruzione delle vie urinarie, nella disidratazione, nel sanguinamento gastrointestinale, nelle ustioni, negli shock, nelle diete ad alto contenuto proteico e con l’uso di alcuni farmaci come ad esempio molti antibiotici.

L’azotemia può essere bassa nel caso di insufficienza epatica (sia acuta che cronica), nelle diete a basso contenuto proteico, nell’iperidratazione e nella sindrome nefrosica.

L’anidrire carbonica (CO2) può essere alta nel caso di alcalosi metabolica, nella diarrea o vomito profusi, nell’enfisema polmonare, nell’aldosteronismo o con l’uso di alcuni farmaci come l’aldosterone, l’idrocortisone e alcuni diuretici.

L’anidride carbonica può essere bassa nell’insufficienza renale, nella chetoacidosi diabetica, nell’acidosi metabolica, negli shock e con l’uso di alcuni farmaci come la nitrofurantoina e i diuretici tiazidici.

Il cloruro (Cl) può essere alto (ipercloremia) nelle disfunzioni renali, nella disidratazione, nell’iperventilazione, nell’alcalosi respiratoria, nell’acidosi metabolica, nell’iperparatiroidismo, nell’infusione eccessiva di soluzione fisiologica (soluzione di NaCl allo 0,9%), nella sindrome di Cushing e con l’uso di alcuni farmaci come gli androgeni, gli estrogeni e il clorotiazide.

Il cloruro può essere basso (ipocloremia) nella nefrite con perdita di Sali, nell’iperidratazione, nell’acidosi respiratoria, nell’alcalosi metabolica, nelle ustioni, nel morbo di Addison, nello scompenso cardiaco, nel vomito e diarrea, e con l’uso di alcuni farmaci come i corticosteroidi e i diuretici.

Il potassio (K+) può essere alto (iperkaliemia) a causa di assunzione eccessiva con dieta o integratori, nella insufficienza renale, nella sindrome da schiacciamento, nelle infezioni, nell’acidosi, nell’ipoaldosteronismo e con l’uso di alcuni farmaci come gli antibiotici, i diuretici risparmiatori di potassio, il litio e farmaci antineoplastici.

Il potassio può essere basso (ipokaliemia) a causa di assunzione insufficiente con la dieta, di ustioni, di iperaldosteronismo, nella sindrome di Cushing, nella diarrea e con l’uso di alcuni farmaci come l’insulina, i diuretici e i lassativi.

Il sodio (Na+) può essere alto (ipernatriemia) in caso di assunzione eccessiva con la dieta, nella sindrome di Cushing, nell’iperaldosteronismo, nel diabete insipido, nella sudorazione eccessiva, nelle ustioni, nel vomito e diarrea, o a causa di alcuni farmaci come gli steroidi anabolizzanti, antibiotici e contracettivi orali.

Il sodio può essere basso (iponatriemia) a causa di assunzione insufficiente con la dieta, nel morbo di Addison, nell’ingestione eccessiva di acqua, nelle nefropatie, nello scompenso cardiaco, nel vomito o diarrea, e con l’uso di alcuni farmaci come i diuretici, antidepressivi triciclici e ipotensivi ACE inibitori.

Valori critici di azotemia ed elettroliti

Per valori critici si intendono quelli che costituiscono una emergenza sanitaria che richiede l’attenzione immediata dei medici a causa del pericolo per la vita. Per azotemia ed elettroliti i valori critici sono:

  • Urea > 100 mg/dL
  • Anidride carbonica (CO2) < 6 mEq/L
  • Cloruro (Cl) < 80 o > 115 mEq/L
  • Potassio (K+) < 2,5 o > 6,5 mEq/L
  • Sodio (Na+) <120 o > 160 mEq/L

Fonti

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Come snellire i polpacci? Migliori metodi per caviglie e gambe sottili https://www.medtravel.asia/it/come-snellire-i-polpacci-migliori-metodi-per-caviglie-e-gambe-sottili/ https://www.medtravel.asia/it/come-snellire-i-polpacci-migliori-metodi-per-caviglie-e-gambe-sottili/#respond Thu, 25 Feb 2021 07:20:09 +0000 https://www.medtravel.asia/?p=3460 Per alcuni, le caviglie sottili con gambe lunghe e toniche sono le caratteristiche che delineano un bel paio di gambe. Specialmente in primavera ed estate, con il clima più caldo e con meno vestiti addosso, le donne possono sentirsi a disagio per l’aspetto delle proprie gambe e cercare quindi dei metodi per migliorarne la forma. […]

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Per alcuni, le caviglie sottili con gambe lunghe e toniche sono le caratteristiche che delineano un bel paio di gambe. Specialmente in primavera ed estate, con il clima più caldo e con meno vestiti addosso, le donne possono sentirsi a disagio per l’aspetto delle proprie gambe e cercare quindi dei metodi per migliorarne la forma.

Comunque, come per tutte le parti del corpo non esiste uno standard di bellezza per le gambe in quanto dipende dai gusti individuali, ma se siete tra quelli che sognano delle caviglie sottili con polpacci snelli allora continuate a leggere questo articolo in cui parleremo di come ottenere questo risultato, dai metodi casalinghi alla chirurgia.

snellire polpacci e caviglie per aspetto più sottile

Perché i miei polpacci sono grossi?

La prima cosa da capire se si vogliono snellire caviglie e polpacci è comprendere il perché sono più grossi di quel che vorremmo. La risposta è una delle quattro sottostanti e ogni causa avrà bisogno di un approccio diverso per ottenere risultati:

  1. Hai ipertrofia muscolare della regione del polpaccio
  2. Hai grasso nella regione del polpaccio
  3. Hai edema del polpaccio
  4. Hai due o più delle cause qui sopra

L’ipertrofia muscolare non è altro che lo sviluppo e aumento di volume della muscolatura. Questo può dipendere dall’esercizio fisico, dalla genetica o da entrambe le cose. Il polpaccio è composto da diversi muscoli, ma sono solo 3 i principali che causano l’ingrossamento della gamba:

  • Il soleo e il gastrocnemio nella parte posteriore
  • Il tibiale nella parte anteriore che anche se è spesso poco considerato in realtà contribuisce abbastanza nell’aspetto generale delle gambe.

I muscoli dei polpacci sono comunemente considerati tra i più difficili da sviluppare anche tra i body builder professionisti; alcune tra le attività in grado di stimolare questi muscoli sono i salti ripetuti come saltare la corda o giocare a pallavolo, o altre attività come camminare in montagna o andare in bicicletta che se praticate con costanza portano allo sviluppo di polpacci più grossi e muscolosi. Come detto anche la genetica gioca un ruolo: ogni persona è diversa e se per molti il cercare di ingrossare i muscoli del polpaccio intenzionalmente può essere difficile, per altri anche forme di esercizio leggero possono stimolare sufficientemente l’ipertrofia muscolare.

Il secondo motivo per polpacci e caviglie grosse è la presenza di depositi di grasso e anche per questo vi sono 2 ragioni principali:

  • La massa grassa del proprio corpo in generale è più alta della media, quindi anche il grasso sottocutaneo nella regione del polpaccio è più alta.
  • Si ha una predisposizione genetica nel deposito di grasso nelle gambe. In generale negli uomini il grasso tende ad accumularsi preferibilmente nell’addome, mentre per le donne tende ad accumularsi su cosce e glutei; ma non siamo tutti uguali, per cui per alcuni potrebbe essere più facile rispetto ad altri l’aumentare le riserve di grasso nei polpacci.

Il terzo motivo per polpacci e caviglie grosse è l’edema cioè l’accumulo di liquidi: messe da parte le varie patologie che possono causare l’edema degli arti inferiori come alcune nefropatie e malattie cardiovascolari, l’edema può avere anche cause più semplici ed innocue come lo stare in piedi fermi per molte ore, stare seduti fermi per molte ore o l’indossare calze con elastico troppo stretto.

I metodi migliori per snellire i polpacci

Ognuna delle cause di caviglie e polpacci grossi ha rimedi diversi.

Per l’ipetrofia muscolare si può:

  • Smettere di svolgere gli esercizi e le attività che stimolano i muscoli delle gambe.
  • Farsi fare delle iniezioni di botulino. Questo metodo è già molto popolare per la riduzione del muscolo massetere e utilizzato dalle persone con una mandibola squadrata che vogliono ottenere un viso a forma di V. Inibendo chimicamente con il Botox la capacità del muscolo di contrarsi, col passare del tempo il muscolo ridurrà in volume.

Entrambe queste soluzioni sono controproducenti se si è atleti o se si svolgono con piacere attività che richiedono forza e resistenza muscolare delle gambe in quanto condizioneranno negativamente le prestazioni atletiche: sarà da scegliere tra polpacci snelli e prestazioni. Con il secondo metodo potrebbero inoltre essere richieste parecchie unità di Botox rendendo il trattamento molto costoso.

Per il grasso nelle caviglie e nei polpacci si può invece:

  • Ridurre le calorie ingerite. Bisogna tenere a mente che il dimagrimento localizzato non è possibile, si dimagrirà in tutto il corpo più o meno uniformemente in base alla propria genetica (si potrebbe dimagrire prima nella regione addominale ad esempio). Esercitare i polpacci non li farà dimagrire nello specifico, potrebbe anzi aumentarne il volume stimolando e facendo crescere la massa muscolare.
  • Aumentare la spesa energetica. Gli allenamenti cardio e ad alta intensità sono ottimi metodi per bruciare calorie, mentre la palestra e gli esercizi per tonificare e aumentare la massa dei muscoli del corpo fanno bruciare meno nel breve termine, ma innalzano il metabolismo e la spesa energetica a riposo nel lungo termine.
  • Utilizzare dispositivi medici per il trattamento del grasso ostinato come il CoolSculpting (congelamento del grasso), Vanquish (radiofrequenza), SculpSure (laser), UltraShape (ultrasuoni).
  • Farsi fare “iniezioni sciogli grasso” cioè sottoporsi a intralipoterapia con l’uso di Kybella ad esempio.
  • Sottoporsi a liposuzione della gamba.

I primi due metodi richiedono del tempo per ottenere buoni risultati ma sono i meno costosi e virtualmente a costo zero. Le ultime tre opzioni potrebbero offrire risultati quasi immediati e senza fatica, ma sono più costosi. Inoltre, con ogni procedura medica o chirurgica vi sono dei rischi e possibili complicazioni: le ultime due opzioni in particolare possono causare deformità se il grasso non viene eliminato in maniera uniforme e per questo motivo è bene rivolgersi ad un professionista con esperienza specifica nella procedura.

Per l’edema di gambe e caviglie, se non causato da patologie, si può:

  • Alzarsi in piedi e camminare un po’ se si sta seduti per molte ore. La contrazione dei muscoli del polpaccio funziona come una pompa che aiuta sia la circolazione venosa che il drenaggio linfatico.
  • Sollevare le gambe a livello del bacino o se ci si può distendere sopra il livello del cuore aiuta sia la circolazione linfatica che quella sanguigna. Anche mettere un cuscino sotto le caviglie di notte mentre si dorme può portare beneficio.
  • Seguire una dieta con basso contenuto di sodio. Troppo sale causa infatti ritenzione idrica.
  • Evitare di indossare jeans troppo stretti o calze con elastici troppo stretti.
  • Utilizzare calze compressive medicali che sono ideate per applicare la giusta pressione alle gambe per aiutare la circolazione sanguigna e linfatica.
  • Sottoporsi a sedute di linfodrenaggio manuale, cioè massaggi che aiutano la circolazione linfatica.

È inoltre importante rivolgersi al proprio medico curante per assicurarsi che non vi siano patologie alla base del gonfiore di caviglie e polpacci.

Cosa NON fare per snellire polpacci e caviglie

Lunghe passeggiate, la corsa e altre forme di esercizio fisico possono in realtà peggiorare la situazione, specialmente se si è tra quelli che già hanno sviluppato una ipertrofia del polpaccio o che hanno la tendenza a sviluppare facilmente i muscoli del polpaccio. Il metodo più semplice per perdere peso è attraverso la dieta, non aumentando l’attività fisica nonostante questa sia ovviamente utile. Camminare per due ore può far bruciare 400 Kcal, ma è molto più facile tagliare 400 Kcal dalla dieta con semplici scelte alimentari come evitare un dolce, bere bibite non zuccherate o non mettere lo zucchero nel caffè, o aumentare la porzione di verdure durante i pasti per riempirsi lo stomaco, diminuendo al contempo quelle di carboidrati e di grassi saturi. Inoltre, la corsa o camminare non sono le uniche forme di esercizio che fanno perdere peso e se ne possono quindi scegliere altre che stimolano meno la muscolatura della gamba.

Altra cosa da evitare è trattare la causa sbagliata: un massaggio non aiuterà in caso di grasso nel polpaccio, la corsa non aiuterà se si ha ipertrofia muscolare e la dieta ipocalorica non risolverà l’edema. * Per snellire gambe e caviglie la prima cosa da capire è il motivo per cui sono grosse.

A causa di diversi motivi a livello di anatomia di polpacci e caviglie, queste sono due delle zone più difficili da trattare quando si parla di sagomarle chirurgicamente: è fondamentale rivolgersi a uno specialista molto esperto ed è importante comprendere bene i rischi e le possibili complicazioni se si scegliere di percorrere la strada della chirurgia.

 

* L’obesità ed il sovrappeso sono in realtà tra le possibili cause dell’edema degli arti inferiori, quindi in quel caso specifico la dieta potrebbe anche aiutare a risolvere l’edema.


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